Lo Scorfano

 DESCRIZIONE:

Nel vasto ordine dei Pesciformi, la fa­miglia degli Scor­penidi, col genere Scorpena, è rappresentato nei nostri mari da tre specie distinte, ossia la Scorpena scrofa, il Porcus e il Notatus, altrimenti detti rispet­tivamente Scorfano rosso, Ne­ro e Scorfanotto.

“Sei proprio uno scorfano”, si usa dire, con espressione non proprio salottiera, di una per­sona di brutto aspetto. E in ef­fetti questo pinnuto tozzo e ir­to di spine non è esattamente l’immagine della bellezza, al­meno a~prima vista. Il pesca­tore, poi, specialmente se non è più di primo pelo, storcerà la bocca a sentir parlare di prede così poco nobili, come, appun­to, è ritenuto lo scorfano, cer­tamente facile bersaglio al co­spetto dei blasonati predoni dei mari già apparsi sulle nostre pagine. Invece, lo scorfano merita il massimo rispetto, per vari motivi. Innanzitutto per­ché è un pesce gustosissimo, ottimo per le zuppe e gli arro­sti (e questa è già da sola una valida ragione per catturarlo) e poi perché non è affatto ve­ro che la sua cattura risulti co­sì facile come pare. Infatti, il mimetismo del nostro amico ci costringe a un vero e proprio sfoggio di abilità visiva che, se adeguatamente coltivato, po­trà senz’altro rivelarsi molto utile anche per i successivi im­pegni contro prede ben più dif­ficili ma altrettanto mimetiche, come per esempio i grandi ser­ranidi. Infine, è bene conosce­re lo scorfano e le sue abitudi­ni pure in funzione della peri­colosità della sua puntura, che va accuratamente evitata in quanto è molto dolorosa, in particolar modo se l’animale è di grosse dimensioni.

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Le tre specie presenti in Medi­terraneo sono molto simili tra loro, in particolare le prime due, cioè lo Scorfano rosso e lo Scorfano nero. Distinguer­le è possibile solo in base ad al­cuni particolari, quali la colo­razione, il peso e la disposizio­ne delle spine, ben visibili, pe­rò, solo negli esemplari morti. Lo schema di base è uguale per tutti: corpo robusto con testa molto prominente, da cui de­riverebbe il nome volgare di cappone, con il quale lo scor­fano è chiamato in alcune lo­calità della nostra penisola; oc­chi grandi e un po’ cattivi, co­me si conviene ad un vorace pre­done, bocca molto ampia con lobi protrattili. La mandibola più prominente, comunque, ce l’ha lo Scorfano nero. Parecchi denti villiformi di piccola misu­ra ornano l’apparato boccale e sono adattissimi in effetti a trattenere le prede di cui si nu­tre, in prevalenza piccoli crosta­cei (specie gamberi), pesci e molluschi bentonici. Numero­se scaglie di piccola e media grandezza aderiscono alla su­perficie del corpo. Le pinne (pettorali, ventrali, anali e dor­sali) sono ben sviluppate e la coda è corta e robusta, a sezio­ne convessa, che permette guiz­zi rapidi e brucianti, soltanto però su tratti molto contenuti.

Ma la vera particolarità che contraddistingue lo scorfano dagli altri pesci è soprattutto la presenza, in vari punti del cor­po, di spine velenifere, alla cui base sono evidenziabili sacche e condotti da cui il veleno giun­ge alle prede. Queste spine so­no disposte nella prima parte della pinna dorsale, sull ‘anale, sulle pettorali e sui bordi oper­colari. La puntura è forte e do­lorosa anche se non raggiunge i livelli di intensità delle specie tropicali della famiglia, come lo Pterois volìtans. Può causa­re gravi reazioni anafilattiche in soggetti predisposti e co­munque non è certo piacevole nemmeno per gli altri, specie se la puntura avviene in parti del corpo delicate.

Un’altra spettacolare caratte­ristica degli scorfani, che li ren­de interessantissimi soggetti per le riprese fotosub, è la pre­senza di appendici dermiche, escrescenze filamentose, fran­ge variamente colorate che, si­mili a piume, ne aumentano la mimeticità.

Le tre specie si differenziano da questo schema di base per le dimensioni, che nel Notatus raggiungono a stento i 20 cm, contro gli oltre 30 cm per cir­ca un chilo di peso dello Scor­fano nero e gli oltre 50 cm per parecchi chili di peso dello Scorfano rosso. Per quanto ri­gurda la forma, il Notatus ha una linea più snella, mentre il Rosso è più tozzo e il Nero ha, in proporzione, l’occhio più grande, oltre alla mandibola sporgente. Lo Scorfano nero, poi, è bruno scuro, con fre­quenti macchie rosse e strisce variegate intermedie sulle escrescenze, mentre gli altri due tendono più al rosso, con una macchia nera sulla dorsa­le e, a volte, sulla caudale. Il Rosso presenta inoltre incredi­bili marezzature multicolori e può sviluppare tonalità rosa, carminio, giallo e nero-ver­dastro. Come si vede, gli scor­fani non sono poi così brutti osservandoli attentamente, an­che se, comunque, la colora­zione varia con l’età, il fonda­le sui cui vivono, le stagioni, i cicli vitali e i diversi stati d’a­nimo.

Gli scorfani si trovano un po’ da per tutto, ma, anche se so­no molto resistenti ai fenome­ni inquinanti, preferiscono ge­neralmente le acque limpide delle secche e delle isole. Con questo non significa comunque che non si possono trovare pu­re lungo le dighe frangiflutti dei porti. Il Notatus, per esem­pio, abita esclusivamente i bas­sifondi costieri. Essendo però più raro e meno interessante dal punto di vista venatorio delle altre due specie, è a que­ste ultime che ci riferiremo maggiormente nel descrivere le tecniche di pesca necessarie per catturarle.

Lo Scorfano nero è il più co­mune e vive stabilmente dalla superficie fino a circa 20/25 metri di profondità, su fonda­li misti di sabbia, roccia e po­sidonia. Le zone di confine tra scogli e sabbia sono le sue pre­ferite, soprattutto quando può sostare sulla soglia di spacca­ture e di piccole grotte. Lo Scorfano rosso, invece, ama stare più profondo, perfino a 200 metri, su fondali sabbiosi e fangosi, benché la roccia e le grotte lo attraggano ugualmen­te, in particolar modo quando raggiunge le dimensioni mas­sime.

Gli esemplari delle varie specie trascorrono buona parte della giornata in stretto contatto con il fondo, quasi sempre nella stessa posizione. Tutt’al più fanno lievi spostamenti, in at­tesa che le prede passino alla portata della loro bocca per af­ferrarle con guizzi fulminei. Le loro appendici filamentose at­tirano l’attenzione dei piccoli crostacei o dei piccoli pesci che costituiscono la loro dieta e che si avvicinano curiosi. La ripro­duzione avviene nella tarda primavera o, a seconda deipo­sti, all’inizio dell’estate.  

 

 

TECNICA DI PESCA:

La pesca allo scorfano è, co­me abbiamo già accennato, di­visa in tre fasi distinte, delle quali la prima, ossia l’avvista­mento della preda, è di gran lunga la parte più importante. Il mimetismo perfetto determi­na difficoltà notevolissime per la sua individuazione, special­mente durante l’esplorazione dalla superficie. Il profilo del­lo scorfano si confonde con la roccia, mentre la sua livrea si assimila in maniera perfetta con le alghe sulle quali è posa­to. Un gioco a rimpiattino che prelude a cacce di più alti livel­li. Di conseguenza, in partico­lar modo se peschiamo in alto fondale, bisogna fare continui saliscendi per scrutare gli an­fratti da vicino, con grande at­tenzione. 

La tecnica della di­scesa e dell’avvicinamento, del resto, non è importante, per­ché lo scorfano non si muove­rà nemmeno davanti al più ru­moroso dei principianti. E nel peggiore dei casi si sposterà di pochi centimetri per fermarsi nuovamente in assoluta immo­bilità. Il suo incontro, comun­que, è quasi sempre casuale. Si scende per esplorare una tana, magari pensando a un sarago o a una corvina, e lo si vede improvvisamente davanti alla maschera, come se fosse spun­tato dal nulla. Perciò, anche se il pesce non lo richiede, è sem­pre bene curare lo stile per ef­fettuare discesa e avvicinamen­to in maniera impeccabile:chissà che invece dello scorfa­no ci si imbatta in una preda di maggior prestigio, come una corvina o, meglio ancora, una grossa cernia.  

Una volta giunti nei pressi del­la tana che ha attirato la no­stra attenzione si deve operare con metodo per individuare lo scorfano di mole, che potreb­be anche essere nascosto sulla volta. Il tiro non ha storia, poiché il bersaglio è fermissimo e lascia che la punta dell’arpione arrivi quasi a toccarlo. Pe­rò cercate di evitare di colpire, oltre allo scorfano, anche la roccia su cui è posato, dato che potreste rovinare la freccia e addirittura perdere la preda, che non verrà trafitta, ma so­lo bucata. Il tiro andrà diretto nella zona della testa e dovrà essere possibilmente obliquo, in modo, appunto, da non col­pire il fondo. La reazione del pesce ferito è rabbiosa, tanto che spesso riesce a liberarsi dal ferro. Anche in questo caso, però, la sua fuga si ferma quasi subito e lascia tutto il tempo al cacciatore per sparare un se­condo colpo risolutore. Il re­cupero deve essere fatto mantenendo le mani lontane dallo scorfano, specialmente se il pe­sce scivolerà lungo l’asta, e se dovete proprio prenderlo, afferratelo con rapidità per le mascelle, in modo che non possa pungervi con le sue spi­ne velenose, che è meglio tagliare subito con un affilato coltello, dato che il pesce con­serva anche da morto la capacità di inoculare veleno. Ovvia­mente sarebbe un’imprudenza appendere la preda alla cintura, per cui è meglio tenere il portapesci legato al pallone o sistemare direttamente il pesce in gommone.

Nel malaugurato caso che, no­nostante le precauzioni, si do­vesse essere punti da uno scorfano, occorre immergere immediatamente la parte colpita in acqua caldissima (alla mas­sima temperatura sopportabile), poiché il veleno è termola­bile e i suoi effetti svaniscono rapidameùte con l’esposizione a temperature elevate. Poten­do, è consigliabile aggiungere all’acqua un poco di bicarbonato di magnesio. E se non c’è acqua calda sottomano, potre­te sempre ricorrere a un artifi­cio in grado di arrestare un po­co il dolore e farlo sparire in poco tempò. Prendete una manciata di alghe verdi, di quelle che comunemente si tro­vano poco sotto la zona di ma­rea, sulle scogliere e sulle pa­reti sommerse, e sfregatele ri­petutamente e con forza sulla parte ferita, facendo contem­poraneamente uscire un po’ di sangue.

Per quanto riguarda l’attrezza­tura più adatta per la pesca al­lo scorfano, abbiamo già ac­cennato al fatto che normal­mente non si imposta una bat­tuta solo per questo pesce.

Perciò utilizzeremo la norma­le attrezzatura prevista per il luogo in cui ci troveremo: pin­ne lunghe e maschera a volu­me ridotto per i fondali pro­fondi ed equipaggiamento più leggero se si agisce vicino alla superficie.

Il fucile più indicato sarà un’arma di medie dimensioni, con riduttore di potenza, che permetta di sparare anche a bruciapelo e in vicinanza delle rocce senza piegare le aste. La fiocina, tutto sommato, sarà più comoda e più pratica del­l’arpione anche perché, oltre a facilitare ulteriormente il tiro, terrà il pesce lontano dalle no­stre mani.

 

 

                                                                                  Testo di :

MAURO SCIAMANNA

 

TRATTO DA PESCASUB N°19

 

 

 

e-mail: info@lnisubfollonica.it

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